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Facebook, morte e commemorazione

By Daniel Miller, on 13 March 2014

Tradotto da Inglese da Bianca Barone

Photo by Rosie O’Beirne (Creative Commons)

Durante la mia ricerca etnografica per il The Glades, ho lavorato per oltre un anno all’Hospice of St Francis**. Quando sono in Inghilterra, cerco di passare un giorno a settimana intervistando i loro pazienti che sono per lo più pazienti oncologici terminali. Questo inverno mi ha fatto molto piacere sapere che la magnifica direttrice del Centro per le Cure Palliative, la dottoressa Ros Taylor, è stata inclusa nella lista d’onore dell’MBE. La mia intenzione di lavorare per il Centro è nata dalla preoccupazione che un progetto di queste dimensioni dovrebbe avere anche un aspetto pratico o legato al welfare per il quale potremmo trarre un vantaggio diretto. Il lavoro iniziale è stato semplicemente un tentativo di vedere come il Centro avrebbe potuto beneficiare dei nuovi media. Il report è stato pubblicato sul mio sito web, ma non appena ho cominciato a lavorare con loro, ho realizzato che, in un certo senso, il Centro era l’esempio più chiaro di ciò che tutto il team di ricerca stava cercando di dimostrare attraverso questo blog.

Lo sviluppo del Centro non rappresenta alcun tipo di progresso tecnico o medico. È in toto il prodotto di una trasformazione della coscienza collettiva. In precedenza si pensava che quando le persone sapevano di dover morire, questo equivaleva ad una fase di completo ritiro dal mondo. Noi parliamo di “investire nei nostri figli” come se fosse un’attività finanziaria a lungo termine. La stessa logica potrebbe condannare chi sta per morire come un qualcosa dal valore limitato. Il movimento dell’Hospice sosteneva che il sapere che qualcuno è in uno stadio terminale di vita dovrebbe essere visto come un’opportunità. Non si tratta più di un problema medico, non saranno guariti, invece ci dobbiamo concentrare sulla loro qualità di vita e rendere questa fase della vita, dal momento che è quello che è, più piacevole e soddisfacente di ciò che potrebbe essere. Tutto ciò che la dott.ssa Taylor dice e fa lo dimostra, così come fa in questa ricerca la mia collega Kimberley McLaughlin senior manager del centro.

Riflettendoci questo è forse il nostro più importante risultato anche come antropologi dei social media. Le persone sono ossessionate dai progressi tecnologici dei nuovi media. Da quello che oggi ogni dispositivo può essere in grado di fare – all’ultima app o smartphone o piattaforma. Queste caratteristiche rendono possibile il nostro lavoro ovunque. Ma la stragrande maggioranza dei nostri post sul blog non parlano di questo. Descrivono invece i cambiamenti nella stessa coscienza collettiva: gli usi sociali che la gente creativamente immagina di questi media come parte della loro vita.

Le due questioni si fondono insieme nelle mie osservazioni su Facebook in relazione alla morte e alla commemorazione. Uno dei miei primi informatori è stata una donna che voleva utilizzare l’esperienza del cancro in fase terminale per aiutare ad educare un pubblico il più ampio possibile sulla sua esperienza. Un tema che le persone tendono ad evitare ma che ha bisogno di essere compreso meglio. L’ho incontrata l’ultima volta sei giorni prima che lei morisse e le era abbastanza chiaro che l’uso di Facebook fosse diventato quasi un blog quotidiano che le aveva permesso di fare proprio questo. Spero (se otterrò il finanziamento) di girare un film su di lei e altri pazienti che hanno usato Facebook in questo modo.

Mi piacerebbe essere altrettanto positivo rispetto ai modi che le persone hanno trovato di utilizzare Facebook nella commemorazione e nel dolore. Prima avevamo la tendenza a usare delle formule altamente formali e istituzionalizzate come i contesti religiosi per affrontare la morte.

Come ho sostenuto nel mio libro “Tales From Facebook”, questo non era più coerente con i cambiamenti nella nostra nozione di autenticità dell’individuo. Lì dove prima abbiamo fotografato immagini statiche, adesso ci piace catturare le immagini che ci sembrano spontanee, informali e quindi più ‘reali’ per noi. Allo stesso modo avevamo bisogno di una forma di commemorazione che contenesse questo elemento di personalizzazione ed immediatezza. Le persone su Facebook possono postare sia i ricordi seri che quelli giocosi e lo fanno in un momento scelto da loro stessi. Trovo questi siti toccanti ed efficaci. Non trovo che altri social media, come Twitter o Instagram, abbiano lo stesso potenziale, quindi spero che questa capacità di Facebook venga mantenuta.

Ma il punto è che gli inventori di Facebook non hanno certo pensato al suo rapporto con la morte o con la commemorazione. Piuttosto, come nel caso dell’invenzione del movimento dell’hospice, questo riflette un cambiamento nel nostro immaginario collettivo di quello che potremmo potenzialmente fare in relazione alla morte e al dolore. Questo è il motivo per cui sosteniamo che è l’antropologia, piuttosto che gli studi più tecnologici sui nuovi mezzi di comunicazione, ad essere la più adatta a capire come i social media diventano nella realtà d’uso. La maggior parte dei nostri reports riflettono non il potenziale tecnologico, ma l’immaginario d’uso dei social media.

*Sobborgo a nord-ovest di Londra formato amministrativamente da due paesi.

** l’”Hospice of St Francis” è attualmente un centro di eccellenza nelle cure palliative.

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