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Archive for the 'Translations' Category

Why popular anthropology?

By Elisabetta Costa, on 27 November 2015

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The core mission of anthropology is the understanding of human behaviour in a world full of cultural and historical diversity. The anthropological commitment to this immense plurality of human and social experiences constitutes a great appreciation and valorisation of diversity. Yet, different cultures, identities and behaviours are organised around hierarchies, and the institutions that shape anthropology and other academic disciplines often reproduce and reinforce them. For example, in the UK, most universities tend to be attended by a minority of privileged students, whereas groups that are historically marginalised tend to be excluded from the process of production and fruition of academic knowledge. Anthropological content is read by few academics, and only very rarely does it reach a wider audience all around the world.

Anthropologists have, at different points in the history of the discipline, investigated the anthropological involvement in the reinforcement of social hierarchies. They have examined how systems of power shape ethnographic practices, the role of the ethnographer in the field, and processes of anthropological writing. However, efforts to extend the accessibility of anthropological knowledge have been too modest so far. Anthropology continues to be an intellectual practice accessible to a small group of academics, largely from a privileged background. The conversation on the diversity of human beings – the ultimate goal of anthropology – is carried out by those who are awarded privileges by this hierarchical system of differences. Unprivileged groups in terms of social classes, gender, sexuality, geographic origins, and ethnic backgrounds are not only often excluded from the production of anthropological knowledge, but also from the fruition of it. The result of this is the reinforcement of social hierarchies that exclude groups that have been historically marginalised.

In this context, a commitment to a wider dissemination of anthropological understanding constitutes a small but significant step towards a more inclusive society, where marginalised groups can also enjoy the opportunities afforded by anthropological knowledge. Digital technologies give unprecedented potential to expand human conversation about humanity, bringing it outside the academic sphere and placing it within the immense flow of information on the internet. Anthropologists can decide to participate in this unbounded exchange, or continue in the safe and protected space of academia. Our commitment to the former is the reason why we are publishing all of our research as open access volumes, why we have launched a free e-course, why we are in the process of building an interactive website featuring films and stories about the people who participated in our research, and why all of the above will be available in the eight languages of our fieldsites. We hope that others will decide to join us on this mission of democratising access to anthropology!

Conosco il tuo selfie

By Daniel Miller, on 1 April 2014

Tradotto da Inglese da Bianca Barone

Per gentile concessione di ClaudsClaudio (Creative Commons)

Per gentile concessione di ClaudsClaudio (Creative Commons)

Come notato la settimana scorsa dal The Economist, sembra che ogni nuovo sviluppo culturale venga assunto da giornalisti e accademici come un segno della nostra crescita superficiale e soprattutto del nostro narcisismo. Un utilizzo primario dell’Antropologia è stato quello di sostenere l’idea che si tratta di “altre” società che rappresentano la propria autenticità e spessore. Ho vissuto in società tribali e contadine e non accetto che i miei colleghi londinesi sono o più superficiali o più narcisisti, o addirittura che sono più interessati all’apparenza, di quanto non accada per la maggior parte delle altre società studiate dagli antropologi. Non è una sorpresa che la più recente ` prova ‘ di questo narcisismo sia il Selfie, che si presume essere un momento chiave nella crescente infatuazione con il nostro stesso aspetto. Ma ancora una volta penso che sia l’interpretazione del Selfie, non il Selfie in se, che deve essere condannato come meramente superficiale. Equiparare il Selfie al narcisismo implica che sia una versione idealizzata di sé stessi, diretta al sé. Questo è sicuramente sbagliato.

Il Selfie è chiaramente rivolto verso gli altri, posizionato sui social media come forma di comunicazione. Che cosa è un Selfie senza i suoi “mi piace”? Così come un alunno lo vede: – ` Ma è come se nel mentre si sta avendo una conversazione, si invia una foto di se stessi’. E’ letteralmente una ` snap-chat ‘. Ancora più importante è che il Selfie è soggetto ad una polivalenza mediatica (polymedia) e a variazioni culturali. Per quanto riguarda la “polimedialità” (polymedia), la ` classica ‘ posa da giovane donna, imbronciata, vestita a festa è fortemente associata con Instagram. Ma c’è tutto un altro genere che si trova sule piattaforme molto più grandi di Snapchat e WhatsApp. Per i giovani in Inghilterra la Selfie più comune serve a mostrarsi quanto più brutti possibile. Una posa comune è quella di inquadrare il viso con la telecamera da sotto il mento, inquadrando le narici. Chi prevalentemente crea il Selfie è lo stesso numero di giovani che crea questi “Uglie” (mostri). Sono pubblicati molti più “Uglie” che Selfie, ma la maggior parte delle discussioni ignora del tutto l’immagine più diffusa. Gli adulti spesso creano un dualismo simile, ma per interposta persona. Se si guarda alle infinite pubblicazioni dei loro bambini, o sono molto idealizzate, o in cerca del ridicolo. Queste pubblicazioni non sono individualiste, ma anzi oggi sono diventate forme sociali altamente utilizzate come standard. L’Uglie è correlato all’umorismo inglese e all’auto-disapprovazione piuttosto che essere una forma universale, riflette in tal modo la specificità culturale. Il singolo termine Selfie inoltre non riesce a differenziare il Selfie degli adulti dall’uso adolescenziale, il gruppo più comune e in crescita del Selfie individuale. Esso inoltre ignora la loro differenza e ciò che potrebbe significare la parola “Meta-Selfie”, cioè l’immagine di una persona che fotografa se stessa nello specchio. Questi scatti sono spesso semplicemente fatti perché sono un modo più efficace di mostrare il vestito che uno indossa. Ma nel contesto inglese ciò può diventare anche un commento visivo, ironico o meno, sulla cattura del Selfie.

Ci sono ancora più motivi per scattare una Selfie di quanti generi ci siano, e, naturalmente , un Selfie può essere superficiale.  Io non ammetto soprattutto una tradizione in studi culturali che si diverte a prendere qualcosa che viene denigrata come superficiale per poi fare una rivendicazione pretenziosa del suo profondo significato. Ma un recente incontro con un Selfie mi ha aiutato a capire che il Selfie ha certamente una capacità di spessore e profondità. Il Selfie cui mi riferisco è la foto di copertina per il profilo Facebook di qualcuno che ho intervistato durante la mia ricerca nel Centro di Cure Palliative. Uno dei motivi principali che le persone che muoiono di cancro si ritirano in isolamento è che non vogliono far vedere agli altri la devastazione del proprio aspetto causata spesso dalla chemioterapia, se non dal cancro stesso.

La deturpazione fisica è di per sé debilitante. Questo 42enne ha anche tenuto la sua fidanzata lontana durante la chemioterapia, che è stata particolarmente faticosa e distruttiva nel suo caso. Dopo che la chemioterapia si è conclusa, cominciò a rimettere su qualche chilo. Ha cominciato a riconoscersi. Dopo sei settimane ha deciso di fare quella sorta di Selfie che si scatta di fronte allo specchio. La posizione e l’espressione del viso è chiaramente assertiva. Come ha lui stesso sottolineato, ha dovuto prima riconoscere a se stesso che poteva ancora una volta essere un uomo presentabile e solo dopo ha potuto comunicarlo agli altri. La distanza tra il sapere qualcosa come un fatto esterno e la sua interiorizzazione come una verità riconosciuta viene aggirata perché questo particolare tipo di Selfie può operare su entrambe le modalità contemporaneamente. Prima dell’esistenza di questa forma di Selfie è improbabile che ci fosse qualcosa che avrebbe potuto fare per comunicare in una maniera così diretta agli altri che lui avesse riconosciuto il cambiamento di se stesso a se stesso.

In questo caso mi sono ritrovato a guardare agli scritti di Sartre e al suo lavoro rispetto l’esistenzialismo direttamente equiparato a questioni sull’auto-espressione e la libertà di scegliere la natura e le modalità della nostra morte. Più in generale il Selfie sembra adattarsi alle argomentazioni formulate dal sociologo Anthony Giddens sull’auto-identità – noi non siamo più ossessionati dall’apparenza in pubblico –  rispetto a dire che i personaggi nel mondo del primo romanzo dall’undicesimo sono quasi più rilassati. Come sostenuto da me e Jolynna nel nostro recente libro Webcam, ciò che forse è cambiato è la nostra auto-coscienza rispetto al problema dell’apparenza, e quindi la necessità di coltivare non solo il nostro aspetto, ma anche di commentare contemporaneamente su quell’atto stesso di coltivare noi stessi, che sappiamo può suggerire che sappiamo quello che stiamo facendo. In Inghilterra questo è fatto idealmente con ironia e il Selfie ha senso sono quando includiamo l’Uglie nella nostra analisi.

Ma il Selfie può anche avere un utilizzo serio e in alcuni casi letteralmente suggerisce l’affermazione nella propria vita di un nuovo genere visivo che sfrutta la sua forma molto particolare di auto-rivelazione.

Facebook, morte e commemorazione

By Daniel Miller, on 13 March 2014

Tradotto da Inglese da Bianca Barone

Photo by Rosie O’Beirne (Creative Commons)

Durante la mia ricerca etnografica per il The Glades, ho lavorato per oltre un anno all’Hospice of St Francis**. Quando sono in Inghilterra, cerco di passare un giorno a settimana intervistando i loro pazienti che sono per lo più pazienti oncologici terminali. Questo inverno mi ha fatto molto piacere sapere che la magnifica direttrice del Centro per le Cure Palliative, la dottoressa Ros Taylor, è stata inclusa nella lista d’onore dell’MBE. La mia intenzione di lavorare per il Centro è nata dalla preoccupazione che un progetto di queste dimensioni dovrebbe avere anche un aspetto pratico o legato al welfare per il quale potremmo trarre un vantaggio diretto. Il lavoro iniziale è stato semplicemente un tentativo di vedere come il Centro avrebbe potuto beneficiare dei nuovi media. Il report è stato pubblicato sul mio sito web, ma non appena ho cominciato a lavorare con loro, ho realizzato che, in un certo senso, il Centro era l’esempio più chiaro di ciò che tutto il team di ricerca stava cercando di dimostrare attraverso questo blog.

Lo sviluppo del Centro non rappresenta alcun tipo di progresso tecnico o medico. È in toto il prodotto di una trasformazione della coscienza collettiva. In precedenza si pensava che quando le persone sapevano di dover morire, questo equivaleva ad una fase di completo ritiro dal mondo. Noi parliamo di “investire nei nostri figli” come se fosse un’attività finanziaria a lungo termine. La stessa logica potrebbe condannare chi sta per morire come un qualcosa dal valore limitato. Il movimento dell’Hospice sosteneva che il sapere che qualcuno è in uno stadio terminale di vita dovrebbe essere visto come un’opportunità. Non si tratta più di un problema medico, non saranno guariti, invece ci dobbiamo concentrare sulla loro qualità di vita e rendere questa fase della vita, dal momento che è quello che è, più piacevole e soddisfacente di ciò che potrebbe essere. Tutto ciò che la dott.ssa Taylor dice e fa lo dimostra, così come fa in questa ricerca la mia collega Kimberley McLaughlin senior manager del centro.

Riflettendoci questo è forse il nostro più importante risultato anche come antropologi dei social media. Le persone sono ossessionate dai progressi tecnologici dei nuovi media. Da quello che oggi ogni dispositivo può essere in grado di fare – all’ultima app o smartphone o piattaforma. Queste caratteristiche rendono possibile il nostro lavoro ovunque. Ma la stragrande maggioranza dei nostri post sul blog non parlano di questo. Descrivono invece i cambiamenti nella stessa coscienza collettiva: gli usi sociali che la gente creativamente immagina di questi media come parte della loro vita.

Le due questioni si fondono insieme nelle mie osservazioni su Facebook in relazione alla morte e alla commemorazione. Uno dei miei primi informatori è stata una donna che voleva utilizzare l’esperienza del cancro in fase terminale per aiutare ad educare un pubblico il più ampio possibile sulla sua esperienza. Un tema che le persone tendono ad evitare ma che ha bisogno di essere compreso meglio. L’ho incontrata l’ultima volta sei giorni prima che lei morisse e le era abbastanza chiaro che l’uso di Facebook fosse diventato quasi un blog quotidiano che le aveva permesso di fare proprio questo. Spero (se otterrò il finanziamento) di girare un film su di lei e altri pazienti che hanno usato Facebook in questo modo.

Mi piacerebbe essere altrettanto positivo rispetto ai modi che le persone hanno trovato di utilizzare Facebook nella commemorazione e nel dolore. Prima avevamo la tendenza a usare delle formule altamente formali e istituzionalizzate come i contesti religiosi per affrontare la morte.

Come ho sostenuto nel mio libro “Tales From Facebook”, questo non era più coerente con i cambiamenti nella nostra nozione di autenticità dell’individuo. Lì dove prima abbiamo fotografato immagini statiche, adesso ci piace catturare le immagini che ci sembrano spontanee, informali e quindi più ‘reali’ per noi. Allo stesso modo avevamo bisogno di una forma di commemorazione che contenesse questo elemento di personalizzazione ed immediatezza. Le persone su Facebook possono postare sia i ricordi seri che quelli giocosi e lo fanno in un momento scelto da loro stessi. Trovo questi siti toccanti ed efficaci. Non trovo che altri social media, come Twitter o Instagram, abbiano lo stesso potenziale, quindi spero che questa capacità di Facebook venga mantenuta.

Ma il punto è che gli inventori di Facebook non hanno certo pensato al suo rapporto con la morte o con la commemorazione. Piuttosto, come nel caso dell’invenzione del movimento dell’hospice, questo riflette un cambiamento nel nostro immaginario collettivo di quello che potremmo potenzialmente fare in relazione alla morte e al dolore. Questo è il motivo per cui sosteniamo che è l’antropologia, piuttosto che gli studi più tecnologici sui nuovi mezzi di comunicazione, ad essere la più adatta a capire come i social media diventano nella realtà d’uso. La maggior parte dei nostri reports riflettono non il potenziale tecnologico, ma l’immaginario d’uso dei social media.

*Sobborgo a nord-ovest di Londra formato amministrativamente da due paesi.

** l’”Hospice of St Francis” è attualmente un centro di eccellenza nelle cure palliative.